La crisi attuale.
Ho l'impressione che si guardi la pagliuzza e non si veda la trave.
Tutte vero quello che dite, ma sono, a mio modesto avviso, le conseguenze collaterali di un terremoto annunciato che ha travolto tutto quanto davamo per scontato. Il motore del consumismo, che per tanti anni ha creato benessere e posti di lavoro si è fermato. Come era giusto che si fermasse prima o poi. Era un motore ormai logoro, la facilità di accesso al credito, che oggi tanto condanniamo, gli ha permesso di macinare qualche altro anno di strada. Ma il suo destino era segnato. Il mondo vive di continui movimenti che ne soverchiano i meccanismi. La caduta delle frontiere, il facile accesso alla tecnologia, l’emergere di nuove potenze economiche. Tutti fenomeni che non potevano non intaccare il sistema: consumi-produzione-consumi, su cui si basava il mondo occidentale.
La maggior parte di noi lavorava e alcuni, sempre meno, ancora lavorano nel terziario, nei servizi. Ma la lotta dei prezzi non consente più quei margini che consentivano di pagare questi costi. Oggi la catena produttiva deve essere pensata sul modello Dell o Zara. Dalla produzione al consumatore, senza figure intermedie. Senza i marketing manager, i business development manager, i senior strategic consultant, i meeting autocelebrativi in giro per la capitali europee.
Tutti dicono che il governo deve creare i presupposti per nuovi posti di lavoro. Ma come ? Con la bacchetta magica ? Tutti a lavorare sulle opportunità del web2.0 ? Sui social network ?
La mia idea è: differenziazione. Ma non come dice Alessandro: facendo leva sulle caratteristiche del made in Italy. Perché sono tutte copiabili. I cinesi, cosi come aveva fatto taiwan, reinvestono i primi utili in nuovi macchinari e nell’assoldare i nostri esperti di design. Il giorno dopo i loro prodotti sono nei nostri negozi. Stessa qualità, minor prezzo.
Serve differenziare l’offerta delle “piccole” cose. Oggi non c’è negozio che non venda le stesse scarpe, gli stessi maglioni, la stessa marca di pasta. Non c’è nemmeno gusto a girare il mondo per fare shopping. L’offerta è globale e omogenea.
Dobbiamo ridare spazio agli artigiani. Ogni negozio un suo prodotto. Chi vende il maglione giallo e chi verde. La pasta fatta da piccoli pastifici artigianali. ecc. Chiudere i centri commerciali che sono come i diserbanti. Ma non distruggono le erbacce. Distruggono l’economia del territorio. Si chiudono i negozi e si creano posti da commesso, finche le casse non saranno tutte automatiche, da 800€/mese.
Vendono gli stessi identici prodotti dal Messico all’Alaska
Bisogna ricreare nel territorio le condizioni tali per cui tutti quelli che escono dalle aziende che, giustamente, tagliano il terziario inutile per le ragioni che ho esposto prima (che sono ragioni oggettive e matematicamente calcolabili con conticini da 3a elementare) possano far partire la loro attività. Il loro negozietto.

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