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domenica 30 ottobre 2011

Cofferati alla radio: licenziare chi è improduttivo è discriminare

La mia opinione espressa in un thread di discussione su linkedin:

............................. la mia voleva essere una provocazione non argomentata in tutti gli aspetti che toccano  il mondo del lavoro.


@Carla. Sante parole. Tantissime persone, qui su linkedin, come su altri social network, o si limitano a leggere o rispondono senza comunicare il loro reale pensiero. Hanno sempre la folle paura che il capo, qualche HH o HR, oggi o in un futuro, impugni il loro scritto. Purtroppo è un male che sembra incurabile. Questo comportamento, che ho già trattato in altre discussioni, sembra essere scalpito nel DNA della maggior parte di noi. Ricordo che anche sull'ambiente di lavoro molti osavano criticare, oggettivamente, scelte aziendali o il manager di turno, solo alle macchinette del caffe. Mai ogni qualvolta l'azienda offriva l'occasione di farlo. E mai, dico mai, ho visto un cartello dei sindacati, in 27 anni da dipendente, nominare con nome e cognome il manager responsabile incapace o responsabile di scelte dai risultati catastrofici per l'azienda. Non parlo di opinioni soggettive ma di fatti oggettivi, documentabili e sotto gli occhi di tutti.

@Fabrizio, come ho scritto all'inizio non sono entrato nel merito del complesso scenario del mondo del lavoro e delle specificità di alcuni ruoli.

Non è sicuramente facile stilare delle nuove regole che proteggano il lavoratore ma anche l'imprenditore. Che consentano di "punire", parola grossa, il lavativo. Oggi ci sono aziende che, con mezzi più o meno leciti (diciamo pressioni) si liberano di risorse indesiderate, non sempre improduttive. A Volte sono in disaccordo con le scelte manageriali, a volte vogliono semplicemente ritagliarsi uno spazio anche per la loro vita privata e non uscire abitualmente alle 21:00 solo per dimostrare attaccamento alla bandiera.
Altre aziende sono obbligate a mantenere risorse anche laddove la loro non produttività è palese e voluta.

Lancio altre provocazioni riguardanti possibili soluzioni che potrebbero far parte di un modello futuro del mondo del lavoro:

1- Giudicare anche i manager. Oggi sono spesso una casta protetta che, potenzialmente, può essere giudicata solo dai vertici superiori. Ma spesso è la base che "vede" le loro incompetenze e sbagli.

2- Prevedere una carriera a ritroso, che includa una diminuzione dello stipendio per coloro la cui produttività, NON PARLO DI LAVORI GRAVOSI PER IL FISICO, diminuisce per scelta, incompetenza o, come accade spesso, perchè rifiutano di aggiornarsi ben sapendo che le carriere sono legate all'anzianità.

3- Meritocrazia in tutti i livelli aziendali. Basta con il giudicare le persone solo per le ore passata a scaldare la sedia, l'appartenenza a cordate, l’abito o altro. Cosi come i fornitori di servizi , spesso purtroppo solo in teoria, vengono giudicati per il bene che producono, la qualità dello stesso, il rispetto delle specifiche e degli standard qualitativi, lo stesso di dovrebbe fare con i dipendenti qualsiasi sia il loro ruolo.

4- Per determinati ambienti lavorativi dove le dinamiche dell’innovazione o della competizione viaggiano a velocità elevate, vedi l’ICT, obbligo di mantenersi aggiornati. Cosi come chi lavora in proprio si deve aggiornare per sopravvivere, cosi devono fare i dipendenti. 

sabato 29 ottobre 2011

Mi meraviglia chi si meraviglia

Rimango sempre stupito quando incontro commenti, verbali o scritti, di meraviglia, e preoccupazione, sui cambiamenti in atto. Ma dove era scritto che il 20% del mondo potesse continuare a usufruire dell’80% del benessere ? Più di mezzo secolo di crescita, dovuta principalmente al consumismo sfrenato, ci aveva illuso che questa strada non avrebbe avuto fine. Assurdità. Era sotto gli occhi di tutti che i cambiamenti erano dietro l’angolo. Il piatto della bilancia del benessere dei paesi poveri sale e, di conseguenza, il nostro scende. Per anni grazie agli ampi margini di profitti le aziende hanno spostato risorse nei servizi, terziario e operations, garantendo posti di lavoro con attività non necessariamente utili. Oggi questi margini sono ridotti e le aziende devono, per rimanere competitive e sane, tagliare queste figure. Torneremmo non tutti, ma molti, a fare gli artigiani. Perchè questo avvenga è necessario che i governi ridiano spazio alla libera impresa. Basta centri commerciali che creano solo stipendi da fame. Servono le condizioni per riaprire i piccoli esercizi commerciali e soprattutto consentire la diversificazione dei prodotti. Non può esserci commercio laddove i prodotti sono globalizzati: tutti uguali.